Come se non ci fosse un domani

Blog di opinione non richiesta a cura di Nico Massa

Chiuso.eu

Belle scoperte.

Esiste da Febbraio (spero di non sbagliarmi) un blog che tratta di musica.
L’ennesimo? Forse.

Ma questo mi piace.

Intanto perché ci scrive della gente che seguo con piacere su Twitter.
E’ piacevole leggere gli articoli che, a parer mio, son scritti bene e scorrono altrettanto bene,.
E poi perché le cose con la grafica pulita mi stanno piacendo sempre di più.

Chiuso non è un ufficio stampa.
Non crede all’assioma weird is the new cool.
Non è una cosa tipo “il mio viaggio nel dorato mondo della musica, poi quando si accorgono di me vado a scrivere su Blow Up”.

Chiuso è coordinato dal triumvirato F.F., D.G. e T.B.
Ci scrive anche altra gente.

Chiuso risponde all’email chiuso(a)chiuso.eu

Insomma, BENE.

Buona fortuna ai creatori!

Intanto, facendo incetta di CC, riporto il pezzo su Lana Del Rey, scritto da
Federico Sardo per la rubrica “Ti inquadro io a te”.
Buona Lettura

Che palle, ancora con Lana Del Rey?
Sì, ancora con Lana Del Rey perché il suo è un disco importante, e lo è proprio perché non è importante per niente.
Born to die
è un disco di cui ha senso parlare perché è il primo a ufficializzare palesemente ciò che si annusava da decenni: la musica è un accessorio del personaggio. In questo caso l’album sta alla popstar come il camper sta alla Barbie, e il disco diventa nient’altro che merchandise (citiamo l’episodio di un noto gruppo pop romano che espone il vinile bianco al banchetto e il banchettaro si sente chiedere “bello quello, che cos’è?”).
L’uscita di questo disco quindi è importante proprio in quanto, forse per la prima volta, il disco non ha nessuna importanza: un nuovo album vale un nuovo servizio fotografico, un nuovo video live o una nuova intervista. Il prodotto è la popstar, non la sua musica. Domani potrebbe fare un film o un libro di fotografie, e anche un eventuale concerto non è altro che la celebrazione del personaggio, non tanto delle canzoni.
L’album avrebbe potuto contenere qualunque cosa, se lei piace è per le unghie, per le labbra, per la bandiera americana. Quelli che si sono davvero presi bene si sono presi bene per qualcosa d’altro dalla musica, scopertamente.
Vedo amiche di amici che hanno le sue foto come avatar su Facebook, e ha un senso, perché quella è la sua funzione sociale, a quello serve Lana Del Rey: a dare un nuovo avatar glamour alle estetiste della provincia di Monza e Brianza (che cosa c’entri l’indie in tutto questo lo vediamo dopo. La risposta comunque è “niente”).

So già che cosa state pensando: “ma dai tempi delle Ronettes, e i Monkees, e da Madonna in poi, e gli anni ’80, e Britney, e sto cazzo”. (Penso che siate molto intelligenti).
Niente di nuovo allora? Non così, mai così tanto. Non con i giochi già chiusi e i partiti formati prima dell’uscita ufficiale del disco.
Veniva comunque prima di tutto la musica: gli anni ’80 traboccano di popstar finite nel dimenticatoio quando hanno smesso di fare uscire successi.
Qui la musica non c’era neanche, è successo tutto prima e a prescindere dalla musica. Dei pezzi non parla quasi nessuno, o lo si fa tra parentesi (secondo me Video games non è neanche male).
Qui siamo più dalle parti di Miley Cyrus e Justin Bieber, però per gente che ha finito le scuole elementari e magari si fa anche chiamare dottore. Miley e Justin sono un’alternativa ai Gormiti o alle Winx, Lana in teoria gioca in un altro campionato.

La novità non è certo la costruzione del personaggio, e non è quella che ci interessa. Può essere interessante il come, ma comunque non è quello il punto: anche i Sex Pistols erano stati progettati a tavolino, però Anarchy in the UK e God Save the Queen piacevano in quanto tali, erano più o meno nuove in quanto tali, e non avrebbe funzionato allo stesso modo se loro vestiti così e con quelle facce avessero suonato come gli Yes.
Qui di che cosa stiamo parlando? Della mosceria di Million Dollar Man? Della banalità di Summertime Sadness? Davvero?
Lana Del Rey sta funzionando a prescindere dalla musica. La sua prossima uscita potrebbe essere grind, non cambierebbe molto. Già nel disco ci sono cose che non c’entrano niente una con l’altra, messe lì a caso.

Vogliamo parlare del disco? Facciamolo. Il disco è un pasticcio a tratti imbarazzante di cantautorato classico, rap, elettronica, orchestra, musiche da titoli di coda e quasi tutto quello che può venirvi in mente pensando alle classifiche degli ultimi decenni. Alcune cose sembrano una brutta copia di Gwen Stefani (che già), mancano clamorosamente i pezzi ed è quasi tutto di pessimo gusto.
Conoscete qualche fan, qualcuno che dica “a me piace un casino” e che lo dica seriamente? No.
Infatti probabilmente gli unici che davvero si prenderanno bene sono i ragazzini e le ragazzine, affascinati dal personaggio, e ai quali – come dicevamo – sarebbe andato bene qualsiasi disco con una bella copertina.

La maggior parte delle critiche che le sono piovute addosso però, ovviamente, non riguardano la sua musica ma ruotano fondamentalmente intorno a un tema preciso: è finta, è costruita, si è reinventata una carriera dopo un flop iniziale e ha potuto fare tutto questo perché è molto ricca di famiglia – che poi a parte i soldi volendo è la stessa storia di Maria Antonietta. Dico a parte i soldi perché non sono a conoscenza di informazioni sulle condizioni economiche della famiglia di Maria Antonietta.
Del concetto di autenticità non ce ne può e non ce ne deve fregare un cazzo, non stiamo parlando dei Fugazi – oggi una Lana Del Rey vale una Britney Spears che vale un Teatro degli orrori – e anche del patrimonio della sua famiglia direi che possiamo sbattercene tranquillamente; per il resto non mi pare propagandi un immaginario da rivoluzione proletaria, anzi. Mi sembra che la sua sia un’immagine studiatamente molto alla moda, elegante, glamour.
Ecco, una cosa sensata che andrebbe detta (e infatti ve l’avevo già anticipata molte righe fa, pensate che bravo) è che di indie Lana Del Rey non ha proprio niente.
Il primo articolo mainstream italiano a trattare il fenomeno (Repubblica del 26 gennaio) non cita infatti nulla del genere, e ne parla tranquillamente come se fosse Britney Spears.
Tutte le mosse della casa discografica, la sua musica, la sua immagine, vanno da altre parti. Guardano alla moda, al concetto di glamour, e non strizzano l’occhio a nessuna sottocultura: le labbra rifatte non sono indie, sembrare Lilli Gruber giovane non è indie.
Anche quelle unghie mostruose (che personalmente mi fanno davvero impressione e me la rendono – invece che una stratosferica figa – un po’ repellente, come un alieno, come portare a casa una ragazza e scoprire che non ha l’ombelico o che ha un interruttore sulla schiena) non sono indie.
Lo sarebbero di più i tatuaggi o la maglietta dei Joy Division o i vestiti di American Apparel o mille altre cose, non le labbra rifatte.
Siti come Pitchfork o Hipster Runoff (praticamente stuprato dal fenomeno, che lo ha travolto come un tornado) seguono ogni sua mossa, ma è colpa loro – o meglio è una loro scelta, sicuramente sensata in termini di clic.

Perché ci interessa? Perché ne parliamo? Perché ne parlano tutti. Perché un po’ attizza e perché quella faccia da cazzo fa anche molto ridere. Perché è interessante seguirne in tempo reale le mosse, la costruzione, quello che succede.
Ed è tutta una sproporzione tra l’hype e la sostanza, perché fa leva su un’immagine e un immaginario che si capisce sia come possa essere considerato attraente sia come possa stare sul cazzo abbestia, e quindi viene da parlarne ancora, in un meccanismo che si autoalimenta.
Stimola sempre qualcosa, anche odio, e così tutti si sentono chiamati in causa e costretti a dire la loro, perché è quello di cui parlano tutti.
Ed è in questo – attenzione – che Lana Del Rey è davvero figlia dei social network, non per la diffusione delle canzoni ma per la diffusione delle opinioni, per il nostro avere tutti una serie di argomenti del giorno o del mese – apprezzate per cortesia il fatto che non ho usato l’espressione “talk of the day” – sui quali sentiamo il bisogno di esprimerci, o sui quali ci sembra che il mondo stia aspettando il nostro parere.
È riuscita a “infilarsi” in quella cosa lì, a infilarsi sulle bacheche di Facebook e sui forum, tra i Lolcat e gli altri meme. Tra le foto della neve e le battute su Schettino o sul Superbowl, a seconda di dove abitate.
Ci sta mettendo di fronte alla nostra smania di essere sul pezzo e di dire la nostra, di essere un passo avanti agli altri o di metterci di traverso. Caitlin Moran ha scritto su Twitter: “Can someone invent a “Lana Del Rey-O-Meter” account that Tweets, every hour, what “we” all think of her right now? I keep missing sea-changes”.
E quindi? E quindi continuiamo a interessarcene, a guardare i nuovi servizi fotografici, a leggere cosa scrivono altri stronzi ai quattro angoli del mondo, a vedere che ieri si è esibita in un’altra tragica performance televisiva, o che oggi ha dichiarato che forse non inciderà più altri dischi.
Si chiama pop, si mangia tutto, e ha vinto lui, da un pezzo.
E quindi – alla fine – so che se passerà di qua al concerto ci andrei. Esattamente come se fossi in zona so che andrei a vedere il relitto della Costa Concordia.

Lilies on Mars - Nuovo video

Sfogliando Rockit, come non facevo da diversi mesi, vedo che c’è in esclusiva il video delle Lilies on Mars.
E’ il video di Crabs tratto dall’album Wish you were a pony (trovate una recensione qui) uscito per Elsewere Factory.

Io al momento non riesco a vederlo ma, aspettando tempi migliori, pensavo fosse una buona cosa segnalarlo.
E’ girato da Lisa Masia, che poi è questa ragazza.

Buona visione


Un po’ di autopromozione | On2Sides

Ho deciso che in questo blog ci andranno solo contributi originali o presi da altri siti che non siano tumblr.
O meglio, non rebloggherò nulla.

Proprio partendo da questo principio, oggi, voglio scrivere due righe su On2Sides.
On2Sides è, come da manifesto:


(tape) label che nasce a Cagliari all’ombra del castello medievale, tra le stradine del centro storico. Il nostro strumento piccolo, povero ma bello, per far conoscere la musica che ci piace. Quella prodotta dalla comunità musicale underground cagliaritana, almeno per cominciare. Musica che sarebbe un peccato non stampare e provare a diffondere. Anche su nastro.
Abbiamo voglia di innamorarci di nuovo della musica e la cassetta – grazie alla sua carica emotiva ed affettiva - è lo strumento migliore per farlo. Di dare un “peso” (anche fisico) alla musica, di farle ancora occupare uno spazio (anche fisico, di nuovo) nelle nostre vite. Perché tutto non si riduca solo a file da conservare nel computer.

Buoni propositi no?
Ecco, da un annetto a questa parte abbiamo dato vita a diversi eventi, collaborazioni e produzioni discografiche che ci hanno fatto conoscere anche a livello nazionale.

Ci piacciono molto le collaborazioni. Quella più “forte”, diciamo, è quella con BASSTATION che ci ha portati a collaborare per un evento che si chiama Seasidevibe Club Edition, nato dopo l’esperienza del Seasidevibe tenutosi 2 estati fa al Lazzareto di Cagliari.
Questo il Flyer dell’evento che si terrà domani

Non è che non si fanno le cose a Cagliari, in Sardegna. E’ che bisogna alzare il culetto dalle sedie e provare a rimescolarsi con la città.

Dicevo, ci piace collaborare. Vero. Ma ci piace dimostrare anche che sappiamo far bene il nostro lavoro.
Proprio per questo, ci siamo mossi a nostro avviso bene, sapendo leggere nei pezzi degli Everybody Tesla, un potenziale interessante.

Abbiamo prodotto un EP omonimo, che potete scaricare in free download.
Voglia di elettronica e live looping? Eccovi accontentati!

Isolamento

C’è un gran discone del 2009, che periodicamente devo ascoltare.
Si tratta del disco dei The XX.

C’è un singolo uscito fuori da questo disco che si chiama Islands.
Ecco, in questo pezzone del discone c’è una strofa che in questi giorni sento particolarmente mia:

See what I’ve done
That bridge is on fire
Going back to where I’ve been
I’m froze by desire
No need to leave

No need to leave.

Non c’è bisogno di lasciare questo posto. C’è bisogno di costruire, non di abbandonare.

Qui sotto il pezzo/video.

Grandmother Safari

Pochi giorni fa ho assistito al live dei Grandmother Safari.
Una band che probabilmente ha meno successo di quanto meriterebbe.

Noi di On2Sides, abbiamo scelto di inserire uno dei loro pezzi nella nostra compilation manifesto di una non ben definita scena Rock sarda.
Un pezzo molto Jazzeggiante e suonato davvero davvero bene. Allegro, ben ritmato, insomma uno di quei pezzi che ti fatto pensare “Oh, fammis entire qualcosa di più!”

Ecco quando l’altro giorno li ho sentinti all’Old Square (locale cagliaritano in cui va in scena ogni venerdi Idioteque) ho ripensato al loro primo video, autoprodotto, ed ho voluto trovare il modo per condividerlo con voi.

Godetevelo.

Dente - Io tra di noi

Ecco, oggi esce IOS5 ed invece ieri, facendo sopratutto rumore sui social network è uscito il disco di Dente (Giuseppe Peveri) dal titolo Io tra di noi.

Qui su IlPost, il disco in streaming. Parrebbe essere un disco alla sua maniera. irriverente e malinconico, pieno di ironia e musichette piacevoli.

Mi spreco a scrivere due righe ed a postare il video del singolo Saldati, in quanto il buon Peveri fa parte di quella cerchia di “giovani” di belle speranze che ci permettono di ascoltare ancora cose buone.
Non sapendo scrivere di musica e volendo segnalare solo le cose che mi piacciono, non posso che dirvi: ascoltatevevevovelo.

Il video di Saldati

Everybody Tesla - Bee Twin Mountain

Here I Stay Festival 2011

1 anno fa - 1 -

Lezioni di Poesia - Giorgio Canali & Rossofuoco

By This River

Il maledetto Album D’esordio Dei Cani

Ho cancellato tutto da questo blog, non perché non sia attaccato ai ricordi, intendiamoci.
Ho cancellato tutto perché i ricordi uno ad un certo punto se li vuole tenere per se.
Dentro la testa, nella cartella “Immagini” del telefono.

Ho lasciato i post con le immagini delle cassettine. Perché ste cazzo di cassettine rappresentano il ricordo, il periodo, la speranza.

Non ho ancora capito bene in che modo possano rappresentare la speranza, ma credo che la rappresentino solo quando sono rotte e srotolate. Il nastro segna una sorta di strada che porta da qualche parte.

Ci sono cose che non finiscono, ci sono cose che non possono finire. Ci sono cose che devono finire. Quel maledetto nastro non finisce mai.

Oggi è una di quelle giornate che non capisci, non mi sento in forma per andare al mare ma credo che ci andrò.

Ho ascoltato il disco de I CANI e dopo il secondo ascolto non cambio idea. Non mi ha fatto iniziare la giornata bene e mi dispiace…perché sicuramente loro si son impegnati un casino anche se l’hanno fatto per gioco.
Forse cambierò idea…

Intanto mi rassicura sentire che i “vicini di su” aiutano il bambino a fare i compiti insieme e ridono. Mi era parso di capire che stessero litigando i questi giorni. Si litiga troppo.
Un giorno ho visto una puntata di The BB Theory in cui Sheldon impazziva quando sentiva le persone litigare. Io non voglio sentire la gente che litiga. Non voglio litigare. Mi preoccupo. Mi devasta. Mi fa anche sentire molto in colpa.

Oggi, per colpa del disco de I CANI mi son ricordato che mi mancano delle certezze. Perché per colpa loro? Perché mi hanno fatto dubitare: “mi piacciono? non mi piacciono?”.
Cioè, o mi piacciono o non mi piacciono!
Vabbè ma sticazzi, ho messo lo shuffle su iTunes. E’ uscita “French exit” dei The Antlers, che consiglio a tutti. L’altro disco mi era piaciuto, ma questo anche di più. E’ prodotto benissimo (mi piace usare termini che non so associare alle cose).
Non credo di essere ancora così adulto da utilizzare l’iPhone per ascoltare musica…ho ancora troppa paura che si scarichi la batteria troppo in fretta.

Che palle scrivere post lunghi, ma non ho voglia di lavare i piatti.
Tanto secondo me il prossimo post lo scriverò a Settembre, sono un inconcludente per natura, me ne sto facendo una ragione. Chi mi sta attorno dovrebbe farsene una ragione. Forse dovrei migliorare. Forse dovrei pensarci di meno.
Uno meno ci pensa a queste cose, più risultati ottiene.
Che poi ho visto che uno meno pensa in generale, più risultati ottiene. Anche perché se non hai un filo logico in testa, non hai obiettivi, quindi non ti crei l’aspettativa di dover raggiungere risultati.

Oggi sono una brutta persona, davvero!
No non è vero.

Credimi, per te sarà sempre meglio.

[E’ incredibile che questa cosa non l’abbia scritto un ragazzo di 16 trattino 18 anni]