Chiuso.eu
Belle scoperte.
Esiste da Febbraio (spero di non sbagliarmi) un blog che tratta di musica.
L’ennesimo? Forse.
Ma questo mi piace.
Intanto perché ci scrive della gente che seguo con piacere su Twitter.
E’ piacevole leggere gli articoli che, a parer mio, son scritti bene e scorrono altrettanto bene,.
E poi perché le cose con la grafica pulita mi stanno piacendo sempre di più.
Chiuso non è un ufficio stampa.
Non crede all’assioma weird is the new cool.
Non è una cosa tipo “il mio viaggio nel dorato mondo della musica, poi quando si accorgono di me vado a scrivere su Blow Up”.Chiuso è coordinato dal triumvirato F.F., D.G. e T.B.
Ci scrive anche altra gente.Chiuso risponde all’email chiuso(a)chiuso.eu
Insomma, BENE.
Buona fortuna ai creatori!
Intanto, facendo incetta di CC, riporto il pezzo su Lana Del Rey, scritto da
Federico Sardo per la rubrica “Ti inquadro io a te”.
Buona Lettura

Che palle, ancora con Lana Del Rey?
Sì, ancora con Lana Del Rey perché il suo è un disco importante, e lo è proprio perché non è importante per niente.
Born to die è un disco di cui ha senso parlare perché è il primo a ufficializzare palesemente ciò che si annusava da decenni: la musica è un accessorio del personaggio. In questo caso l’album sta alla popstar come il camper sta alla Barbie, e il disco diventa nient’altro che merchandise (citiamo l’episodio di un noto gruppo pop romano che espone il vinile bianco al banchetto e il banchettaro si sente chiedere “bello quello, che cos’è?”).
L’uscita di questo disco quindi è importante proprio in quanto, forse per la prima volta, il disco non ha nessuna importanza: un nuovo album vale un nuovo servizio fotografico, un nuovo video live o una nuova intervista. Il prodotto è la popstar, non la sua musica. Domani potrebbe fare un film o un libro di fotografie, e anche un eventuale concerto non è altro che la celebrazione del personaggio, non tanto delle canzoni.
L’album avrebbe potuto contenere qualunque cosa, se lei piace è per le unghie, per le labbra, per la bandiera americana. Quelli che si sono davvero presi bene si sono presi bene per qualcosa d’altro dalla musica, scopertamente.
Vedo amiche di amici che hanno le sue foto come avatar su Facebook, e ha un senso, perché quella è la sua funzione sociale, a quello serve Lana Del Rey: a dare un nuovo avatar glamour alle estetiste della provincia di Monza e Brianza (che cosa c’entri l’indie in tutto questo lo vediamo dopo. La risposta comunque è “niente”).
So già che cosa state pensando: “ma dai tempi delle Ronettes, e i Monkees, e da Madonna in poi, e gli anni ’80, e Britney, e sto cazzo”. (Penso che siate molto intelligenti).
Niente di nuovo allora? Non così, mai così tanto. Non con i giochi già chiusi e i partiti formati prima dell’uscita ufficiale del disco.
Veniva comunque prima di tutto la musica: gli anni ’80 traboccano di popstar finite nel dimenticatoio quando hanno smesso di fare uscire successi.
Qui la musica non c’era neanche, è successo tutto prima e a prescindere dalla musica. Dei pezzi non parla quasi nessuno, o lo si fa tra parentesi (secondo me Video games non è neanche male).
Qui siamo più dalle parti di Miley Cyrus e Justin Bieber, però per gente che ha finito le scuole elementari e magari si fa anche chiamare dottore. Miley e Justin sono un’alternativa ai Gormiti o alle Winx, Lana in teoria gioca in un altro campionato.
La novità non è certo la costruzione del personaggio, e non è quella che ci interessa. Può essere interessante il come, ma comunque non è quello il punto: anche i Sex Pistols erano stati progettati a tavolino, però Anarchy in the UK e God Save the Queen piacevano in quanto tali, erano più o meno nuove in quanto tali, e non avrebbe funzionato allo stesso modo se loro vestiti così e con quelle facce avessero suonato come gli Yes.
Qui di che cosa stiamo parlando? Della mosceria di Million Dollar Man? Della banalità di Summertime Sadness? Davvero?
Lana Del Rey sta funzionando a prescindere dalla musica. La sua prossima uscita potrebbe essere grind, non cambierebbe molto. Già nel disco ci sono cose che non c’entrano niente una con l’altra, messe lì a caso.
Vogliamo parlare del disco? Facciamolo. Il disco è un pasticcio a tratti imbarazzante di cantautorato classico, rap, elettronica, orchestra, musiche da titoli di coda e quasi tutto quello che può venirvi in mente pensando alle classifiche degli ultimi decenni. Alcune cose sembrano una brutta copia di Gwen Stefani (che già), mancano clamorosamente i pezzi ed è quasi tutto di pessimo gusto.
Conoscete qualche fan, qualcuno che dica “a me piace un casino” e che lo dica seriamente? No.
Infatti probabilmente gli unici che davvero si prenderanno bene sono i ragazzini e le ragazzine, affascinati dal personaggio, e ai quali – come dicevamo – sarebbe andato bene qualsiasi disco con una bella copertina.

La maggior parte delle critiche che le sono piovute addosso però, ovviamente, non riguardano la sua musica ma ruotano fondamentalmente intorno a un tema preciso: è finta, è costruita, si è reinventata una carriera dopo un flop iniziale e ha potuto fare tutto questo perché è molto ricca di famiglia – che poi a parte i soldi volendo è la stessa storia di Maria Antonietta. Dico a parte i soldi perché non sono a conoscenza di informazioni sulle condizioni economiche della famiglia di Maria Antonietta.
Del concetto di autenticità non ce ne può e non ce ne deve fregare un cazzo, non stiamo parlando dei Fugazi – oggi una Lana Del Rey vale una Britney Spears che vale un Teatro degli orrori – e anche del patrimonio della sua famiglia direi che possiamo sbattercene tranquillamente; per il resto non mi pare propagandi un immaginario da rivoluzione proletaria, anzi. Mi sembra che la sua sia un’immagine studiatamente molto alla moda, elegante, glamour.
Ecco, una cosa sensata che andrebbe detta (e infatti ve l’avevo già anticipata molte righe fa, pensate che bravo) è che di indie Lana Del Rey non ha proprio niente.
Il primo articolo mainstream italiano a trattare il fenomeno (Repubblica del 26 gennaio) non cita infatti nulla del genere, e ne parla tranquillamente come se fosse Britney Spears.
Tutte le mosse della casa discografica, la sua musica, la sua immagine, vanno da altre parti. Guardano alla moda, al concetto di glamour, e non strizzano l’occhio a nessuna sottocultura: le labbra rifatte non sono indie, sembrare Lilli Gruber giovane non è indie.
Anche quelle unghie mostruose (che personalmente mi fanno davvero impressione e me la rendono – invece che una stratosferica figa – un po’ repellente, come un alieno, come portare a casa una ragazza e scoprire che non ha l’ombelico o che ha un interruttore sulla schiena) non sono indie.
Lo sarebbero di più i tatuaggi o la maglietta dei Joy Division o i vestiti di American Apparel o mille altre cose, non le labbra rifatte.
Siti come Pitchfork o Hipster Runoff (praticamente stuprato dal fenomeno, che lo ha travolto come un tornado) seguono ogni sua mossa, ma è colpa loro – o meglio è una loro scelta, sicuramente sensata in termini di clic.
Perché ci interessa? Perché ne parliamo? Perché ne parlano tutti. Perché un po’ attizza e perché quella faccia da cazzo fa anche molto ridere. Perché è interessante seguirne in tempo reale le mosse, la costruzione, quello che succede.
Ed è tutta una sproporzione tra l’hype e la sostanza, perché fa leva su un’immagine e un immaginario che si capisce sia come possa essere considerato attraente sia come possa stare sul cazzo abbestia, e quindi viene da parlarne ancora, in un meccanismo che si autoalimenta.
Stimola sempre qualcosa, anche odio, e così tutti si sentono chiamati in causa e costretti a dire la loro, perché è quello di cui parlano tutti.
Ed è in questo – attenzione – che Lana Del Rey è davvero figlia dei social network, non per la diffusione delle canzoni ma per la diffusione delle opinioni, per il nostro avere tutti una serie di argomenti del giorno o del mese – apprezzate per cortesia il fatto che non ho usato l’espressione “talk of the day” – sui quali sentiamo il bisogno di esprimerci, o sui quali ci sembra che il mondo stia aspettando il nostro parere.
È riuscita a “infilarsi” in quella cosa lì, a infilarsi sulle bacheche di Facebook e sui forum, tra i Lolcat e gli altri meme. Tra le foto della neve e le battute su Schettino o sul Superbowl, a seconda di dove abitate.
Ci sta mettendo di fronte alla nostra smania di essere sul pezzo e di dire la nostra, di essere un passo avanti agli altri o di metterci di traverso. Caitlin Moran ha scritto su Twitter: “Can someone invent a “Lana Del Rey-O-Meter” account that Tweets, every hour, what “we” all think of her right now? I keep missing sea-changes”.
E quindi? E quindi continuiamo a interessarcene, a guardare i nuovi servizi fotografici, a leggere cosa scrivono altri stronzi ai quattro angoli del mondo, a vedere che ieri si è esibita in un’altra tragica performance televisiva, o che oggi ha dichiarato che forse non inciderà più altri dischi.
Si chiama pop, si mangia tutto, e ha vinto lui, da un pezzo.
E quindi – alla fine – so che se passerà di qua al concerto ci andrei. Esattamente come se fossi in zona so che andrei a vedere il relitto della Costa Concordia.




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